La cella non si mette mai in vetrina: lievitati e nuove tecnologie
Alle quattro del mattino, in un laboratorio, spesso l’unico rumore che si sente sono i compressori del frigo e, da qualche anno a questa parte, il compressore della cella che parte e si ferma mantenendo ideali i livelli di temperatura ed umidità. Dentro la cella, rigorosamente al buio, la massa in lievitazione respira a un ritmo che nessuno guarda e percepisce. In vetrina andranno altri protagonisti: un pezzettino di “pasta madre” nel suo barattolo, magari qualche foto di un cornicione fotografato controluce, una fetta alveolata di panettone. La cella, protagonista di questa storia, resta sul retro, e in quel silenzio a scatti decide buona parte di ciò che il cliente attribuirà alle mani.
Parto con una provocazione che viene da lontano nella mia esperienza a proposito di prodotti che fermentano: pensate allo Champagne prodotto con il metodo che prevede il remuage a mano, piuttosto che allo stesso prodotto con una novantina di bottiglie in una cesta d’acciaio e gestite da una macchina. Qual è la migliore produzione? Sicuramente quella più costante è ciò che gestisce la macchina con movimenti perfetti e studiati al millimetro imitando i migliori maestri remuer. Le più poetica quella fatta a mano, dove la mano di un professionista piuttosto che di un altro dà un’impronta al prodotto.
Permettetemi di sostenere una scomoda tesi: un lievitato fatto senza alcuna macchina di governo non è necessariamente migliore di uno lavorato a mano e lievitato in ambiente controllato.

