PIZZA E PASTA ITALIANA

Dal 1989

PIZZA E PASTA ITALIANA

Dal 1989

THE ITALIAN PIZZA PAPER FOR WORLD PIZZA PEOPLE

Pizza e Pasta italiana

Cambiamo forma,cambiamo veste, cambiamo lessico… ma restiamo ciò che siamo da sempre: la rivista italiana della pizza e della pasta per la “gente di pizza e di pasta” di tutto il pianeta. Lo facciamo per dire a chi ci legge che per costruire il futuro è possibile partire dal cibo, che è – e sarà – la nostra vera... PEPITA.

Entrèe

Era la sera di lunedì 18 ottobre 2004, avevo 23 anni e, insieme a tre amici dell’Università “Suor Orsola Benincasa”, ci ritrovammo alla stazione di Napoli centrale per prendere un treno notte che ci avrebbe fatto svegliare al mattino successivo a Torino. Eravamo lì perché Marino Niola ci aveva detto che avrebbe accettato la nostra richiesta di tesi in Antropologia dell’Alimentazione se fossimo andati come volontari in un evento che, per la prima volta, avrebbe portato in Italia 5000 contadini provenienti da tutto il mondo. Quell’evento si chiamava Terra Madre. Ricordo il freddo pungente di Corso Vittorio Emanuele al mattino, in una Torino che ancora sonnecchiava. Io – per spirito d’inerzia – seguivo Maurizio (il più grande del gruppo) che, tra informazioni richieste ai passanti e tanto spirito d’iniziativa, ci condusse fino al Palazzo del Lavoro, dove il giorno dopo si sarebbe aperto il primo incontro mondiale delle Comunità del Cibo. Nessuno sapeva dirci nulla, i nostri nomi erano sicuramente stati comunicati ma chissà dove. Alla sera, salimmo un po’ fortuitamente su un autobus insieme a 50 delegati dell’est Europa, del Sudafrica e del Sudamerica e arrivammo a Bra, nella frazione di Bandito, dove avremmo trascorso la notte. 

Fu lì che conobbi Matjaz, un contadino sloveno che coltivava una mela dalla storia molto simile a quella dell’annurca della mia città. E Francesca, che veniva da Napoli ed era una vocalist dei Taranta Power. Il giorno dopo, approfittando di una piccola falla organizzativa dell’evento, ci “autoproclamammo” volontari addetti all’ufficio di presidenza dove c’era un personaggio per me ignoto: si chiamava Carlo Petrini. Di lì a poco, in quell’ufficio sarebbe arrivato il Principe del Galles, l’attuale re Carlo III. La sera, rientrati nel nostro alloggio, insieme a tutti gli altri, che parlavano lingue diverse, Francesca suonava e noi cantavamo a squarciagola “Che sarà”.

Fu lì che mi innamorai di Slow Food. Perché solo “amore” si può definire quel sentimento che non riesci a spiegare ma che ti fa fare scelte incomprensibili a tutti gli altri, che ti fa macinare chilometri e digerire sconfitte ma che ti fa sentire a casa. Di ricordi come i miei ne è pieno il mondo, tutto quel mondo che oggi piange Carlin, l’uomo a cui nessuno di noi ha mai saputo dire di no, l’uomo che ha fatto la rivoluzione col cibo, unendo gastronomia e sostenibili tà, l’uomo che ha detto: “Chi semina utopia, raccoglie realtà”.
 
Nio
autore.jpg

di Antonio Puzzi