Ristorante Al 53, Napoli - Pendino

Alla corte di Angelo Martino

Nel cuore del centro storico di Napoli sorge “Al 53”, una bottega storica nata il 4 maggio 1890, guidata oggi da Angelo Martino che, prima ancora di essere un ristoratore, è un uomo cresciuto tra profumi di cucina, sacrifici e il lavoro quotidiano della sua famiglia.
 
I suoi genitori, Maria e Antonio, conoscendo bene la fatica della ristorazione, avevano immaginato per lui un’altra strada e lo avevano fatto studiare. Lui, però, sentiva che il suo posto fosse lì. La svolta è arrivata dopo un episodio che ha cambiato profondamente la sua vita: durante una rapina, reagì al furto della moto che suo padre aveva comprato con enormi sacrifici e, per questo, venne ferito a un occhio. Da quel momento, capì che le cose davvero importanti erano la famiglia, gli affetti e il lavoro.
 
“Per me il ristoratore è prima di tutto una persona che si prende cura degli altri. Il cibo non è una merce e chi entra da noi non è un cliente, ma un ospite. Il nostro compito è farlo sentire accolto”, racconta.
 
“Al 53 è una casa dove le persone si incontrano, condividono il tempo e si sentono accolte. Il nome nasce proprio dal numero civico del locale in Piazza Dante”, continua.
Alla fine dell’Ottocento chi li aveva preceduti non poteva permettersi nemmeno un’insegna e tutti dicevano semplicemente “andiamo al 53”. Ed ecco che quel numero è diventato l’identità di una famiglia e ancora oggi racconta una storia fatta di sacrificio, dignità e lavoro.
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La tua cucina è profondamente legata alla tradizione. Quanto conta per te?
Credo che la nostra cucina sia innovativa proprio perché rimane fedele alla tradizione. Non inseguiamo le mode ma valorizziamo il territorio e i Presìdi Slow Food della Campania, grazie al rapporto umano con contadini, allevatori e pescatori.
Da bambino, il cibo, in un certo senso, mi teneva lontano dai miei genitori, sempre impegnati a prepararlo per gli altri. Poi ho capito che l’unico modo per stare con loro era vivere il ristorante. Così, “Al 53” è diventato parte della mia vita…
Vorremmo essere un punto di riferimento per Napoli, una città che considero una vera “città mondo”. Ogni giorno accogliamo amici provenienti da ogni parte del pianeta: artisti, uomini delle istituzioni, professionisti, famiglie, viaggiatori e, con immenso piacere, i “diversi”. Lo facciamo sempre con semplicità, disponibilità e leggerezza, restando aperti fino a tardi per accogliere anche chi desidera concludere la serata in un ambiente familiare.
 
Se dovessi raccontare Napoli attraverso un piatto, quale sceglieresti?
Non sceglierei un solo piatto ma il nostro grande antipasto di mare e di terra, servito al centro del tavolo. Napoli è condivisione, è passarsi i piatti, invitarsi ad assaggiare e stare insieme. Sono proprio questi piccoli gesti a raccontare la città. Oggi tutto corre ma non a tavola. Il tempo è il primo ingrediente che offriamo ai nostri ospiti. Per questo siamo rimasti un ristorante e non abbiamo mai voluto affiancare la pizzeria. La pizza è uno straordinario simbolo di Napoli ma richiede ritmi diversi. Noi vogliamo prenderci il tempo per cucinare, accogliere, ascoltare e formare i collaboratori. Il menù segue il ritmo della natura e della stagionalità. Non esiste un piatto simbolo perché cambiano prodotti, profumi e ricette. Se qualcosa ci rappresenta davvero, è il grande antipasto, un racconto della Campania che unisce mare, terra e orto. Accanto ci sono piatti amati da sempre come la Genovese, il ragù napoletano, la minestra maritata, il soffritto, ‘o ruoto ‘o furno, la tiella di mare e il baccalà.
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Se venissi a mangiare da te, cosa mi consiglieresti?
Non ti farei scegliere dal menù. Perché vorrei farti vivere Napoli prima ancora di fartela assaggiare. Mi piacerebbe vederti condividere i piatti, chiedere un assaggio e passare una portata a chi ti è accanto. È in quei gesti semplici che nasce il senso più autentico della ristorazione. E, probabilmente, la Genovese ha un posto speciale nel mio cuore. Non è solo una ricetta ma una dichiarazione d’affetto. Richiede tempo, pazienza e cura. Quel profumo che invade la cucina racconta, ancora prima dell’assaggio, che qualcuno ha cucinato pensando a te. Per me, accoglienza significa anche inclusione. Da anni, “Al 53” è tra i pochi ristoranti del centro storico di Napoli con un bagno accessibile alle persone con disabilità. Non è un dettaglio ma una scelta. Un luogo può dirsi davvero ospitale solo quando tutti possono sentirsi accolti. Anche il nostro modo di lavorare resta umano.
 
Le comande sono ancora scritte a mano e le prenotazioni le rispondiamo personalmente. Non vogliamo che tra chi si siede a tavola e chi cucina ci sia uno schermo. Preferiamo raccontare al cuoco chi sono gli ospiti, le loro esigenze e il motivo per cui sono lì.
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Vorrei concludere con un grazie ai miei genitori, Maria e Antonio, che mi hanno insegnato che il lavoro può essere un gesto d’amore. E ai compagni di questo viaggio, Michele, il nostro cuoco “Orsacchiotto”; Aniello il nostro “brontolone” dal cuore immenso; Paoletta o, affettuosamente, “Pauluccio”; Tania, la nostra irresistibile “’a pazz”; Miha, per tutti “Dudù”; Shihab, il nostro “Sciò Sciò”; Francesco, il nostro “Zio Franchitiello” e Nina, che ogni giorno si prende cura del nostro posto.
 
Nessuno è protagonista da solo. Se questo ristorante continua a vivere da oltre un secolo, è grazie a tutte le donne e gli uomini che ogni giorno scelgono di dedicare una parte della propria vita a questa casa.
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Noemi Caracciolo

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