La stanza della nonna Antonia Abbatiello e la sua “casa Vittoria”

Noemi Caracciolo dialoga con Carlo Fumo

L’amore è cura. Per la famiglia, per il territorio, per le tradizioni, per tutto ciò che ci rende ciò che siamo. E il cibo, allora, non è mai soltanto cibo. È identità, memoria, affetto. È il tempo condiviso attorno a una tavola, le risate in famiglia, i profumi che riportano all’infanzia, i gesti che si tramandano di generazione in generazione.
 
A “Casa Vittoria” tutto sembra nascere da qui, da un’idea di cucina che parla di radici e appartenenza. Dalla cura che Antonia mette in ogni piatto, in ogni confettura, in ogni preparazione che racconta il Sannio e la sua storia.
 
Una cucina fatta di ricette custodite nel tempo, di insegnamenti imparati da bambina e della volontà di non lasciare andare sapori che ancora oggi raccontano, nel modo più autentico, l’amore profondo per la propria terra e per la propria famiglia.
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Quando hai capito che cucinare non era solo fare da mangiare ma custodire qualcosa di più grande e come hai iniziato?
Io sono cresciuta nella casa dei nonni. Mia nonna era una di quelle signore del paese che preparava tante cose per matrimoni, feste e qualsiasi tipo di cerimonia. C’erano altre donne e sempre le porte aperte. Antonia, mia nonna, mi ha trasmesso questa passione per la cucina e per l’ospitalità, perché era la donna di una casa di commercio dove si cucinava, a prescindere dal fatto che in famiglia si fosse in tre, quattro o cinque ma nell’eventualità che qualcuno potesse arrivare e restare a pranzo.
Arrivavano persone da fuori, industriali legati al mondo delle ciliegie, che avevano piacere ad assaggiare prodotti tipici: dai sottoli ai piatti della tradizione. La mia famiglia, da generazioni, si occupa del commercio delle ciliegie e io sono cresciuta in una realtà molto legata alla terra: facevamo il formaggio, i taralli, il pane in casa, la pasta fatta in casa, si lavorava il maiale e si andava nei campi. Seguivo i miei nonni e mio padre in campagna e mi sono appassionata così.
Poi sono stata fuori, ho studiato, mi sono laureata, ho conseguito un dottorato europeo e ho lavorato per due anni alla Corte costituzionale di Madrid. Quando ho deciso di tornare, mi sono trovata davanti due strade: continuare il percorso universitario oppure dedicarmi ad altro. Oggi credo che proprio quel percorso mi abbia fatto capire che quelle origini sono la mia risorsa e quel qualcosa in più che posso donare agli altri.
 
Quali sapori o gesti senti il dovere di non far sparire e qual è la ricetta della nonna che deve restare?
Ci sono tante cose che sento il dovere di custodire perché fanno parte della nostra identità. Sono cresciuta con questi gesti quotidiani. Anche i cannoli fritti fanno parte di questa memoria e sono una ricetta della nonna, così come tanti dolci tipici che continuano a raccontare una storia di famiglia. Noi ancora oggi riempiamo le dispense come si faceva una volta. Raccogliamo le olive e le conserviamo in salamoia o sotto sale, facciamo le cime di rapa sott’olio, le melanzane a filetti. È una dispensa ricca che ci permette di avere sempre sapori del territorio e un’offerta varia.
 
Tuo marito mi ha detto: “non è il solito laboratorio”; tu come definiresti “casa Vittoria”?
Non è il classico punto vendita e nemmeno la classica osteria. Quando siamo tornati qui, abbiamo ristrutturato questo immobile acquistato dai miei genitori e, nel momento di arredarlo, abbiamo deciso di non fare il solito bancone o lo scaffale.
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Abbiamo lasciato la sala da pranzo che c’era già: chi entra qui, entra in una casa. La prima cosa che dicono tutti è che questa stanza ricorda la casa della nonna e i pranzi della domenica. Cerchiamo di custodire proprio queste emozioni anche attraverso le ricette che proponiamo.
 
Se venissi qui per un giorno cosa mi faresti assaggiare per raccontarmi l’anima della tua terra?
Qui non trovi cucine elaborate o piatti particolari. Noi siamo molto legati alla tradizione. Tra tutti, farei provare taccuni e fasule, una pasta fresca fatta con semola, farina e acqua. In estate, la prepariamo con un sugo fresco, tante erbe aromatiche come basilico, rosmarino e salvia e con l’aggiunta dei fagioli. In inverno, invece, si fa con il sugo di carne di maiale, con tracchie e cotiche. Cuciniamo molto il pollo e gli animali da cortile, il tacchino, l’agnello nei periodi di Pasqua e Natale. Qui, nel Sannio, abbiamo ancora tanti allevamenti e riusciamo a reperire carni locali di qualità.
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Usiamo molto anche i legumi e le erbe spontanee. In questo periodo proponiamo insalate di fagioli con rucola selvatica mentre, in inverno, facciamo minestre con erbe spontanee che diventano pancotto. Sono piatti semplici, dai gusti molto puliti ma saporiti. Il laboratorio nasce anche per la trasformazione della frutta, quindi per confetture, dolci tipici, taralli salati e nfrennule, riconosciute come prodotto agroalimentare tradizionale.
 
Quanto ha contato slow food nel tuo percorso e cosa senti più importante trasmettere oggi?
Slow Food ha influito molto nel modo di impostare questa attività: il laboratorio, il punto vendita e anche l’osteria. Ho partecipato a un corso promosso dalla Regione Campania come tecnico delle tipicità territoriali alimentari. Credo molto nella formazione e continuo a farla. Ho approfondito il mondo del vino e, da poco, ho concluso il primo livello come assaggiatrice di oli. Oggi penso sia importante recuperare tradizioni che rischiano di scomparire. Noi delle aree interne abbiamo bisogno di persone che custodiscano queste realtà, perché credo siano una risorsa importante per il territorio e per il futuro.
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Noemi Caracciolo

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