Quando hai capito che cucinare non era solo fare da mangiare ma custodire qualcosa di più grande e come hai iniziato?
Io sono cresciuta nella casa dei nonni. Mia nonna era una di quelle signore del paese che preparava tante cose per matrimoni, feste e qualsiasi tipo di cerimonia. C’erano altre donne e sempre le porte aperte. Antonia, mia nonna, mi ha trasmesso questa passione per la cucina e per l’ospitalità, perché era la donna di una casa di commercio dove si cucinava, a prescindere dal fatto che in famiglia si fosse in tre, quattro o cinque ma nell’eventualità che qualcuno potesse arrivare e restare a pranzo.
Arrivavano persone da fuori, industriali legati al mondo delle ciliegie, che avevano piacere ad assaggiare prodotti tipici: dai sottoli ai piatti della tradizione. La mia famiglia, da generazioni, si occupa del commercio delle ciliegie e io sono cresciuta in una realtà molto legata alla terra: facevamo il formaggio, i taralli, il pane in casa, la pasta fatta in casa, si lavorava il maiale e si andava nei campi. Seguivo i miei nonni e mio padre in campagna e mi sono appassionata così.
Poi sono stata fuori, ho studiato, mi sono laureata, ho conseguito un dottorato europeo e ho lavorato per due anni alla Corte costituzionale di Madrid. Quando ho deciso di tornare, mi sono trovata davanti due strade: continuare il percorso universitario oppure dedicarmi ad altro. Oggi credo che proprio quel percorso mi abbia fatto capire che quelle origini sono la mia risorsa e quel qualcosa in più che posso donare agli altri.
Quali sapori o gesti senti il dovere di non far sparire e qual è la ricetta della nonna che deve restare?
Ci sono tante cose che sento il dovere di custodire perché fanno parte della nostra identità. Sono cresciuta con questi gesti quotidiani. Anche i cannoli fritti fanno parte di questa memoria e sono una ricetta della nonna, così come tanti dolci tipici che continuano a raccontare una storia di famiglia. Noi ancora oggi riempiamo le dispense come si faceva una volta. Raccogliamo le olive e le conserviamo in salamoia o sotto sale, facciamo le cime di rapa sott’olio, le melanzane a filetti. È una dispensa ricca che ci permette di avere sempre sapori del territorio e un’offerta varia.
Tuo marito mi ha detto: “non è il solito laboratorio”; tu come definiresti “casa Vittoria”?
Non è il classico punto vendita e nemmeno la classica osteria. Quando siamo tornati qui, abbiamo ristrutturato questo immobile acquistato dai miei genitori e, nel momento di arredarlo, abbiamo deciso di non fare il solito bancone o lo scaffale.