La cucina italiana secondo Alberto Capatti
Non è ancora estate ma il profumo è già nell’aria. Lo scorso dicembre, la cucina italiana è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità e sembra riecheggiare la voce d’oltralpe, al di là del Reno, appena dopo i trafori svizzeri, dove tutti vogliono gustare l’Italia, quell’Italia che già Pellegrino Artusi aveva unificato dal punto di vista culinario nel lontano 1891.
Il suo libro, La scienza in cucina e L’arte di mangiare bene, che ha contribuito a costruire l’identità gastronomica e linguistica nazionale, è inoltre conosciuto in tutto il mondo. Visto che i nostri lettori hanno a cuore la pizza, il libro reca anche una ricetta di pizza, la numero 609, che alla voce di “Pizza alla napoletana” non ci fa sentire il profumo ed assaporare la fragranza del pomodoro e della mozzarella bensì una preparazione dolce, di pasta frolla e crema, con mandorle, pinoli, zucchero, frutta secca, con tutta certezza una ricetta della tradizione partenopea ma differente da quella della pizza napoletana, che tutti conosciamo.
A quel tempo, la pizza napoletana moderna era già nata e, a Napoli, era un cibo popolare diffuso. La celebre pizza Margherita viene tradizionalmente fatta risalire al 1889, anno in cui il cuoco Raffaele Esposito preparò la pizza tricolore per la regina Margherita di Savoia; tuttavia, la pizza non aveva ancora la diffusione nazionale che avrebbe raggiunto nel Novecento. Questo fatto ci mostra quanto questa pietanza, alla fine dell’Ottocento, fosse ancora regionale.

