Lo stato del biologico in Italia

Presidente Zanoni, la realtà del mondo bio in Italia è oramai consolidata? Quali sono le prospettive dal vostro osservatorio?

Nell’ultimo anno il ruolo del biologico si è rafforzato grazie ad un mercato estremamente ricettivo verso i prodotti bio e di origine italiana. In tutto il mondo c’è grande interesse verso il biologico e Italia si conferma primo paese in Europa e secondo al mondo nell'esportazione di prodotti biologici. Sta crescendo il mercato e di conseguenza anche le importazioni registrano un buon trend. Sosteniamo da sempre l’importanza di produrre in Italia tutte le tipologie coerenti con il nostro clima e territorio. Per quanto riguarda invece l’export, qui la situazione è estremamente positiva. Il nostro è il primo paese in Europa e secondo al mondo, quasi alla pari con gli Stati Uniti, nell'esportazione di prodotti biologici, con oltre 2,9 miliardi di euro, circa il 6% di tutto l'export agroalimentare nazionale. Il bio non è il “ritorno idilliaco al passato di una realtà che non è mai esistita” come abbiamo ultimamente letto. Al contrario, è proprio qui che l’Italia vanta una lunga tradizione anche accademica pioniera dell’agro-ecologia. Le aziende biologiche sono le più attente all’innovazione e ai cambiamenti. La rinuncia alla chimica di sintesi, infatti, impone agli agricoltori bio di individuare soluzioni innovative in molti casi basate sull’integrazione tra mezzi diversi: meccanici, ecologici, digitali: insomma, sull’agro-ecologia. La vera sfida non è la spartizione della fetta attuale di mercato tra i vari canali distributivi, ma l’ampliamento della platea di persone interessate agli alimenti biologici. E per raggiungere questo obiettivo anche la politica deve fare la sua parte. Occorre premiare chi passa all’agricoltura biologica, aumentare la produzione agricola bio sul territorio nazionale. La transizione verso l’agricoltura biologica significa favorire la biodiversità e contrastare il cambiamento climatico. Temi importanti per l’intero pianeta.
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Qual è la differenza tra biologico e biodinamico?

La biodinamica fa parte dei Regolamenti europei del bio fin da luglio 1991 e nel disegno di legge è stata inserita proprio in quanto già oggi certificata biologica. Gli stessi preparati biodinamici sono in realtà mezzi tecnici iscritti nell’elenco dei prodotti ammessi per il biologico dai Regolamenti UE e regolarmente autorizzati al commercio dai decreti ministeriali in vigore nel nostro Paese, su cui tra l’altro è in corso un’attività di ricerca scientifica e molte pubblicazioni nel merito. I prodotti biologici e biodinamici sono ottenuti sulla base di normative trasparenti e sottoposti a controlli e certificazione da parte di organismi accreditati, autorizzati e vigilati da Autorità pubbliche nazionali.

Quali sono le referenze bio che gli italiani cercano maggiormente?

Secondo dati Nielsen le 15 categorie di alimenti bio più vendute nella grande distribuzione in ordine di importanza a valore sono: uova, confetture e spalmabili a base di frutta, panetti croccanti, sostitutivi del latte UHT, latte fresco, pasta di semola integrale, olio evo, yogurt intero , verdura di IV gamma, biscotti, cereali per la prima colazione, frutta secca senza guscio, limoni, nettari, farine-miscele. Se guardiamo invece all’insieme dei canali distributivi, la fetta più rilevante della spesa bio è destinata a frutta e verdura, derivati dei cereali, latte e latticini. Anche nelle mense scolastiche bio la classifica dei prodotti più dichiarati vede al primo posto frutta e verdura. Seguono cereali, pasta, succhi e conserve, latte e derivati, legumi e olio (dati Biobank).
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Parlando di terre coltivate a bio, qual è lo stato dell’arte in Italia e quali sono le zone maggiormente dedicate?

Anche se il tasso di crescita della SAU bio si è rivelato inferiore a quello dei maggiori Paesi Ue, i numeri forniti da SINAB per il Mipaaf, confermano che la superficie biologica nel 2020 è aumentata rispetto all’anno precedente di +5,1 punti percentuali. I terreni coltivati a biologico hanno attualmente superato i 2,1 milioni di ettari. In crescita, inoltre, il numero degli operatori del settore che ha raggiunto le 81.731 unità, con un incremento dell’+1,3%. Il biologico si conferma fondamentale per il rilancio del sistema agroalimentare italiano. Considerando che in questo momento si stanno definendo le scelte prioritarie del Piano strategico Nazionale della PAC post 2022 che determineranno lo sviluppo del settore agricolo e alimentare per i prossimi dieci anni, riteniamo che sia il momento ideale per intervenire e colmare il gap di crescita con gli altri Paesi. Crediamo dunque che sia imprescindibile un’immediata approvazione della legge sul biologico per avere a disposizione tutti gli strumenti necessari, a partire dal Piano d’Azione, per affrontare le sfide del settore. Il biologico è essenziale per l’affermazione di un modello agricolo che rispetti l’ambiente, contribuisca a mitigare l’impatto climatico, creando inoltre nuove opportunità di occupazione, in particolare per i giovani e le donne.

Secondo le vostre conoscenze, qual è il rapporto dei consumatori con i prodotti bio e con che sentimento vi si avvicinano?

Il metodo bio consente di produrre alimenti utilizzando pratiche quanto più possibile sostenibili, cercando di prevenire la perdita della biodiversità e l'impoverimento del suolo, facendo ruotare le coltivazioni, selezionando specie e varietà resistenti a malattie, parassiti ed erbe infestanti. Questo perché l'uso di pesticidi nelle coltivazioni biologiche è soggetto a rigorose restrizioni. Il consumatore percepisce i prodotti bio più salubri, genuini e sicuri: dunque bio sinonimo di salute. Oggi noi assistiamo a una certa stabilità nella crescita dei consumi, eppure riteniamo che l’Italia possa fare molto meglio: i consumi italiani, infatti, si limitano a 70 euro pro capite, poco rispetto ai vicini europei come la Francia (188 euro) e la Germania (180). La Grande distribuzione organizzata (GDO) sta investendo con il proprio marchio sui prodotti biologici. Questo è un segnale positivo che dimostra come la GDO stia riconoscendo i valori di questo settore, aumentando l'assortimento dei prodotti bio e giocando un ruolo di primo piano. I diversi indicatori si stanno rivelando tutti abbastanza stabili. Il primato indiscusso spetta ai prodotti a marchio del distributore. In particolare, ben il 48% delle loro vendite biologiche avviene tramite prodotti private label delle catene distributive, percentuale che sale addirittura al 70,4% del totale vendite nei discount. In forte ascesa anche il mondo dei negozi specializzati, che nel corso del 2020 hanno visto incrementare le vendite di oltre il 8%. Ma la vera e propria impennata l’abbiamo registrata nelle vendite online dei prodotti bio, la spesa online aggiunge un +79% rispetto a un anno fa (+150% in tutto il 2020). Sentiamo pronunciare affermazioni di questo genere: “Occorre produrre di più perché nel 2050 saremo 10 miliardi di persone e il biologico non soddisfa tutte le esigenze”, a nostro avviso non ha senso parlare in questi termini. Se metà del mondo soffre per carestie, malnutrizioni e scarsezza di cibo, l’altra metà si trova a fronteggiare problemi legati a un eccesso di cibo (spesso non sano), come obesità e diabete. La risposta non è produrre di più, ma rivedere i nostri i modelli di consumo, produrre meglio e nelle aree in cui serve. Stiamo parlando di corretta redistribuzione del cibo, evitando inutili e dannosi sprechi.
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Incidono a vostro avviso eventuali differenziali di prezzo rispetto ad una materia prima non bio?

I costi dei prodotti bio sono più elevati per diversi motivi. Il biologico tutela la biodiversità e assicura varietà, ma ha rese produttive inferiori rispetto a quella convenzionale. Ci sono anche altre motivazioni più tecniche da cui deriva il prezzo dei prodotti bio: ci sono i costi della certificazione e l’obbligo di confezionare il prodotto per garantire il consumatore. A ciò si aggiunge il fatto che all’agricoltore produrre biologico costa di più (costi di manodopera più elevati, rotazioni colturali, ecc): non riconoscere questi costi, così come i benefici ambientali che derivano dalla sua attività, non incentiva l’adozione di tecniche di produzione ecosostenibili di cui abbiano necessità. Occorre considerare però anche altri aspetti: i prezzi possono variare a seconda di dove si fa la spesa, il prezzo più alto favorisce acquisti più attenti e quindi meno sprechi, e poi prodotti come le uova da galline bio libere di razzolare, che costano di più di quelle degli allevamenti convenzionali in gabbia, hanno comunque un prezzo contenuto per essere un alimento completo. Infine, abbiamo i costi di certificazione che si riverberano fino a tre volte lungo tutta la filiera. In linea con quanto già chiesto dalla Commissione europea, Assobio rilancia l'appello al Governo affinché riduca con un credito di imposta e al tempo stesso riduca l'Iva sui prodotti ortofrutticoli biologici. Un incremento dei consumi sarebbe essenziale per garantire il giusto prezzo agli agricoltori, favorire economie di scala e un prezzo finale competitivo.

È stata approvata al Senato recentemente la legge sull’agricoltura biologica in Italia. Che implicazioni ha per le aziende produttrici e che riflessi sui cittadini? Qual è la vostra posizione al riguardo?

La legge affronta e regolamenta un settore nell’interesse e a tutela delle imprese e dei lavoratori che lo vivono. Si parla infatti di strumenti di integrazione degli operatori della filiera biologica, di sostegno della ricerca nel settore, dell'integrazione con le altre attività economiche presenti nell'area di un distretto biologico e di aree paesaggisticamente rilevanti, comprese le aree naturali protette nazionali e regionali. L’articolo 14 tratta il riconoscimento delle organizzazioni interprofessionali per migliorare la conoscenza e la trasparenza della produzione e del mercato, promuove analisi e studi sui costi di produzione, sui prezzi, sui volumi e sulla durata dei contratti, sui possibili sviluppi futuri del mercato a livello regionale, nazionale o internazionale. All’agricoltura biologica serve una legge che valorizzi e orienti il settore cresciuto fortemente negli ultimi anni. Una normativa che spinga la ricerca, la formazione e il sistema dei controlli. Si tratta di un passo decisivo per la transizione ecologica dell’agricoltura italiana. Le nuove politiche europee per il Green Deal con la strategia Farm to Fork e il Piano d’azione Europeo per il biologico mirano a una crescita consistente del settore per poter cogliere i benefici ambientali e sociali. Solo i Paesi europei che sapranno attrezzarsi per cogliere anche questa opportunità potranno utilizzare risorse economiche per il sostegno all’agricoltura, la promozione dei prodotti alimentari e la ricerca che l’Unione europea ha espressamente vincolato all’agricoltura biologica e biodinamica, con il Piano d’Azione Europeo per il biologico approvato recentemente. Le potenzialità di sviluppo e crescita del settore in Italia sono ancora enormi: dobbiamo muoverci subito con comunicazione, formazione e innovazione specialmente nel mondo della scuola e dell’università.
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Concludiamo parlando di packaging. È in atto una transizione da parte delle aziende al riguardo. Quali sono i principali campi d’azione che i produttori possono affrontare per rendere i loro pack più sostenibili? Ritiene questa transizione inevitabile?

Il packaging mette a contatto il consumatore con un prodotto alimentare ed è una risorsa che diventa rifiuto appena svolta la sua funzione. I nuovi packaging dei prodotti sviluppati diventano un canale di divulgazione dei risultati degli investimenti che un’azienda decide di fare per progetti di innovazione e sostenibilità. In considerazione dell'importanza che sta rivestendo il Packaging «green» e della crescente necessità per le aziende, di individuare imballaggi innovativi e sostenibili, AssoBio ha deciso di commissionare a Nomisma un progetto di ricerca per supportare le decisioni strategiche delle imprese in relazione alle scelte aziendali e alla valutazione del conseguente impatto economico e commerciale. Lo stesso studio è stato presentato a settembre nel corso di “Rivoluzione Bio” al Sana e ne é emerso un quadro molto interessante. Il futuro del biologico non consiste in un improbabile ritorno al passato, ma nella continua ricerca di innovazione lungo tutte le fasi del prodotto. Il tema della tracciabilità è di grande interesse per Assobio, che propone la creazione di una piattaforma blockchain validata dal ministero delle Politiche agricole e condivisa tra tutti gli operatori del biologico, a garanzia di trasparenza su tutto il percorso, dal campo alla tavola. Ogni anello della filiera dovrebbe rispondere alla medesima logica: per questo, come Associazione ci stiamo occupando anche di packaging sostenibile, per ogni tipologia di prodotto, dall'agroalimentare alla cosmetica. Sono aspetti che un consumatore consapevole valuta sempre più spesso e l'impegno del produttore non può essere vanificato da forme incompatibili di distribuzione, trasformazione, approvvigionamento energetico, gestione idrica e trasporto della materia prima.
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E come si concilia con l’aumento di alcune materie prime e dei costi per una transizione tecnologica delle stesse?

Questo sarà tema decisivo per la sicurezza energetica e la competitività tecnologica e industriale. Infatti, se da un lato è previsto che la transizione energetica ridurrà la domanda degli idrocarburi, dall’altro causerà un aumento della domanda di metalli necessari per la realizzazione di tecnologie alla base della transizione energetica. L’aumento repentino delle rinnovabili ha anche mostrato la necessità di investire in nuovi progetti per poter rispondere adeguatamente alla domanda di tecnologie green e ridurre il rischio di aumenti di costi e interruzioni delle forniture per diverse industrie, le quali stanno già affrontando importanti carenze produttive. Ciò che è necessario per la creazione di fonti alternative è certamente il forte impegno istituzionale attraverso politiche industriali e sostegno statale, come del resto previsto dal PNNR attualmente allo studio da parte del governo.
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