LA STORIA (NON) SIAMO NOI

Piccola guida per imparare a leggere le notizie sui social

Non c’è nulla di più figo per i “nuovi storici” che provare a distruggere il mito della gastronomia italiana.
 
E ovviamente, nel nostro Paese, dove la teoria del complotto è sempre la benvenuta, tutto questo non può che tradursi in grandi successi letterari. Non certo perché il pubblico tricolore decida di investire il proprio tempo nel leggere un libro oltre che acquistarlo (magari lo si facesse!) ma perché i preziosissimi uffici stampa delle case editrici lasciano trapelare estratti e citazioni che diventano delle mine incendiarie per la stampa quotidiana che – ahinoi! – sempre meno ha il tempo di scorrere le pagine di una pubblicazione dall’inizio alla fine. Nascono così notizie virali come “la pizza non è nata a Napoli” o “il Parmigiano è del Wisconsin”. Ma quanto “fake” c’è in queste “news”? Se mi seguite in questa riflessione, forse possiamo provare a trovare insieme una risposta.
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Clickbait
Il primo – e più importante – fenomeno di cui siamo vittime è quello del clickbait. Diciamoci la verità: oggi si legge pochissimo e le notizie, per essere lette, devono necessariamente sintetizzare in pochissime righe ciò che è la nostra (spicciola) brama di sapere. In pratica, tutto ciò che prima occupava intere pagine dei tabloid, ovvero approfondimenti, riflessioni, analisi (un articolo come questo, insomma) sono generi in via d’estinzione. Per avere successo, un articolo deve passare sui social ed essere condiviso da un buon numero di utenti che fanno parte delle nostre cerchie (o che incrociano il nostro “algoritmo”, ma questa è un’altra storia) e, per arrivare a tanto, quella notizia deve avere un po’ di pepe: uno scandalo, un gossip o, magari, una curiosità “morbosa”. Non è un caso che i fenomeni di TikTok e Instagram siano spesso coloro che semplificano ogni messaggio con claim e tormentoni, i cosiddetti “meme”. Il clickbait richiede inoltre che la cosa più importante sia il titolo e come questo sia scritto: al fine di raggiungere l’agognato “clic” (che si traduce in entrate pubblicitarie), si sceglie dunque di sacrificare la verità (o almeno una parte) per semplificare il più possibile il messaggio, giustificandosi che poi tutto viene spiegato meglio nell’articolo ma fingendo di dimenticare che buona parte delle persone, anche dopo aver letto, ricorderà di fatto quasi esclusivamente il messaggio del titolo. Ora, il discorso è che in presenza di notizie di quella che era una volta definita la “cronaca rosa” e che riguardano, ad esempio, Barbara D’Urso o Damiano dei Maneskin, il problema del clickbait è assolutamente di minore importanza mentre diventa particolarmente importante nel caso di articoli che trattano argomenti di interesse storico, di politica e di cronaca nera, che richiedono qualcosa che sia il più vicino possibile all’oggettività per essere presentati.
 
Fact-checking
La deontologia professionale obbliga chiunque si ponga a scrivere un articolo o un testo scientifico di verificare le proprie fonti. Ma cosa vuol dire in pratica? Immaginate di trovarvi in montagna e di cercare qualcosa da bere perché avete sete. Avrete più possibilità: andare al bar e acquistare una bottiglietta d’acqua, scegliere una fontana pubblica oppure andare presso un fiume e prendere l’acqua che sgorga dalla sorgente. In quest’ultimo caso, state scegliendo quella che si chiama una “fonte primaria”, negli altri due casi siete in presenza di “fonti secondarie” che sono di primo livello nel caso di una fontana pubblica (perché collegata direttamente all’impianto idrico locale) e di secondo livello nel caso in cui scegliate il bar (perché quell’acqua ha subìto il passaggio dell’imbottigliamento prima di giungere a voi). Lo stesso discorso vale quando cerchiamo un’informazione in Internet. Non basta trovare la pagina più letta o il primo risultato che ci offre Google ma andare a verificare da dove quell’informazione viene presa e – soprattutto – metterla a confronto con notizie che trattano lo stesso argomento per circostanziare i fatti. Se, per esempio, io trovo un ricettario del ‘600 in cui si parla di molte ricette ma non di pizza, non posso escludere che la pizza esistesse già in quel tempo, perché i ricettari erano scritti da cuochi cortigiani ed erano dei manuali che veicolavano tecniche di cucina e ricettazioni tra le casate nobiliari o borghesi. Ed è abbastanza risaputo che la cucina popolare e quella “aulica” erano contrapposte (e, in realtà, lo sono tuttora) perché il cibo rappresentava uno status symbol per chi deteneva il potere. A insegnarcelo sono per esempio le opere del pittore milanese Giuseppe Arcimboldo (1526-1593) che ha specializzato la sua ritrattistica nella costruzione di volti con elementi agricoli e gastronomici in grado di identificare la classe sociale, oltre che l’identità, di una persona.
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A volte, però, il factcheking può essere fatto anche passando semplicemente dal titolo al contenuto di un articolo che troviamo in rete.
A tale proposito, vi invito a fare con me questo esercizio: comprate il libro “Storia della pizza. Da Napoli a New York” di Luca Cesari e leggetelo tutto; poi, cercate sul web articoli che parlano di questo libro e leggete la sostanziale differenza esistente tra il titolo dell’articolo, l’articolo stesso e infine il libro. Vi accorgerete di come sia facile influenzare con il linguaggio dei blog e del webjournalism quello che penserete di un determinato argomento.
 
Perché cambiare le carte in tavola?
Per capire perché siamo così affascinati da chi cambia le carte in tavola, è opportuno fare riferimento a Michel Foucault, secondo cui esistono idee che sono poste al margine del discorso, che non possono essere vere o false ma sono superstizioni; per esempio, chi crede solo nella medicina naturale e non scientifica è “fuori dalla storia”, ma a un certo punto a tali posizioni è concesso di entrare nella storia e muovere verso il centro. Quindi, un elemento di novità deriva dai margini del discorso, ovvero da ciò che un tempo era escluso. Si tende a far risalire la diffusione massiccia di questa modalità di approccio alla quotidianità alla caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. Per provare a spiegare cosa accade, sono andato a leggere una lezione di una grande pensatrice della modernità: Ágnes Heller, nata a Budapest nel 1929 e sfuggita adolescente alle deportazioni naziste. Heller in “Per un’antropologia della modernità” fa riferimento al filosofo Paul Ricoeur, il quale affermò che ci sono tre differenti tipi di verità. Uno si riferisce alla verità eterna, matematica, non falsificabile; un altro riunisce quello che Popper chiama falsificabile (per esempio un’affermazione o un giudizio relativo a una persona, falsificabile a seconda del giudizio delle altre persone sul medesimo individuo) e un terzo che è la verità rivelata, la verità religiosa. Nel nostro caso, siamo chiaramente in presenza del secondo tipo di verità: la verità che si fa opinione. Non a caso, la tv – e oggi anche YouTube, TikTok ecc… - ci propinano non più esperti ma opinionisti.
 
Sì, è vero, è un discorso complesso. E lo è volutamente, perché non tutto può e deve essere semplificato.
A riuscirci era praticamente solo Piero Angela. Per noi comuni mortali, la semplificazione è quasi sempre una riduzione ai minimi termini perché fa notizia, si capisce con maggiore facilità ma è quasi sempre troppo riduttiva e troppo sbagliata. Dobbiamo renderci conto che noi siamo nella storia ma non siamo la storia, non possiamo riscrivere ciò che è già scritto altrimenti facciamo la fine della Londra di Orwell in 1984, in cui “la menzogna diventa realtà e passa alla storia”.
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di Antonio Puzzi

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