La dieta mediterranea diventa planeterranea

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La salute è un concetto in continua evoluzione:
non è più sufficiente che all’assenza di malattia si aggiunga il benessere fisico, mentale e sociale della singola persona inserita all’interno del proprio contesto (come suggerito nella definizione di salute stabilita nel 1948 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), ma è necessario estendere lo sguardo verso la popolazione mondiale considerata nel suo insieme ed influenzata da determinanti fattori socio-economici, politici, socio-demografici, giuridici ed ambientali.
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Negli ultimi decenni, la filiera produttiva dal campo alla tavola si è allungata ed è divenuta sempre più diversificata anche perché il sistema produttivo si è notevolmente intensificato.
 
L’utilizzo sempre maggiore di mezzi di produzione e trasformazione industriali ed i trasporti su lunghe distanze hanno fatto sì che i cibi raffinati e ricchi di grassi fossero facilmente accessibili dal punto di vista economico e disponibili in tutto il mondo. Si è passati, così, dal consumo di alimenti locali e di stagione, soprattutto vegetali ricchi di fibre, ad alimenti trasformati e ad alta densità energetica tipici della Western-Diet, caratterizzati da un elevato contenuto di amidi raffinati, zuccheri, grassi saturi, grassi trans, ecc. Tutto ciò ha comportato un impoverimento ed una omogeneizzazione delle diete a livello globale. Il contributo più importante è stato determinato dalla crescita del reddito individuale nelle aree emergenti del pianeta. Man mano che le popolazioni sono diventate più ricche, i prodotti tradizionali non trasformati sono stati sostituiti da alimenti trasformati a maggior contenuto calorico e proteico. Oggi, si cucina sempre meno in casa ed i consumatori, in particolare nelle aree urbane, ricorrono con maggiore frequenza a supermercati, fast-food e ristoranti da asporto. L’alimentazione scorretta unita ad uno stile di vita sedentario hanno avuto una diffusione tale da superare il fumo come causa principale di morte e di malattie non trasmissibili (malattie cardiovascolari, diabete e alcuni tipi di tumori). L'intensa produzione alimentare ed il radicale cambiamento dei modelli alimentari hanno determinato un importante mutamento dell’ambiente, il quale ha perso le sue caratteristiche naturali per acquisire quelle di un ambiente progressivamente “umanizzato”, in cui cioè appaiono sempre più visibili i segni dell'intervento umano. Il riscaldamento globale ha determinato un preoccupante aumento della temperatura terrestre di circa 1°C rispetto ai livelli preindustriali. È probabile che esso, se continuerà ad aumentare, raggiungerà 1,5°C tra il 2030 e il 2050. Tale fenomeno si associa ad eventi atmosferici catastrofici (alluvioni - non ultima quella in Emilia -, siccità, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare ecc.), i quali si ripercuotono negativamente soprattutto sui piccoli produttori locali e sulle popolazioni povere il cui sostentamento dipende da sistemi agricoli altamente sensibili alle precipitazioni e alla variabilità delle temperature. Il danno alla produzione agricola contribuisce inoltre a ridurre la disponibilità di cibo, con effetti a catena che causano aumenti dei prezzi alimentari e perdite di reddito che riducono l'accesso al cibo, aumentando di conseguenza il tasso di malnutrizione per difetto tra queste popolazioni. Al settore produttivo alimentare si aggiunge il contributo di tutte le altre attività presenti nel “ciclo di vita” di ogni alimento, ovvero l’insieme di tutti i processi che partecipano lungo tutta la filiera alimentare alla produzione di un bene, dal prelievo di materie prime alla destinazione di fine vita del prodotto; sono compresi il trasporto, l’imballaggio, il confezionamento, la cottura e lo spreco alimentare, sebbene la fase di lavorazione delle materie prime rimanga quella maggiormente impattante sull’ambiente. Di fronte all’esaurimento delle risorse ed al degrado ambientale, all’atteso aumento demografico della popolazione mondiale nonché alla crescente domanda e consumo di alimenti trasformati, carni ed altri prodotti di origine animale a più alto impatto ambientale rispetto ai prodotti vegetali freschi, di stagione e locali, l’attuale sistema alimentare non ha i presupposti per essere sostenibile. Invece, proprio l’utilizzo di diete sostenibili nei vari contesti in tutto il mondo rappresenterebbe il mezzo attraverso cui riformare il sistema alimentare globale, riorientando da un lato le abitudini alimentari e di conseguenza la domanda alimentare e, dall’altro, la produzione e distribuzione, al fine di ottenere contemporaneamente effetti favorevoli sulla salute umana e sull’ambiente.
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Per favorire l’adozione di diete sane e sostenibili ad un numero sempre più elevato di persone è fondamentale il supporto delle istituzioni, le quali dovrebbero:
 
• consentire ai consumatori di fare scelte alimentari più consapevoli attraverso l’utilizzo di campagne di sensibilizzazione, programmi di educazione alimentare sostenibile a partire dalla prima infanzia e iniziative presso le comunità;
 
• realizzare e implementare politiche e programmi sensibili alla nutrizione, in conformità con le linee guida nazionali;
 
• implementare e migliorare le norme per il marketing alimentare, l’etichettatura e la pubblicità tramite accordi volontari con le associazioni dei produttori, di cui alcuni sono già in atto.
 
Per adottare una dieta sana e sostenibile i consumatori dovrebbero raggiungere una maggiore consapevolezza delle ricadute che le proprie scelte alimentari possono avere sulla salute e sull’ambiente, mirando a:
 
• aumentare il consumo di cereali integrali, frutta, verdura, legumi, e frutta oleosa; • limitare il consumo di proteine animali, la cui produzione richiede un uso eccessivo di risorse naturali;
 
• limitare il consumo di alimenti e bevande ricchi di zuccheri, grassi saturi e/o sale;
 
• scegliere alimenti diversificati e tradizionali, per sostenere la biodiversità locale;
 
• riscoprire gli alimenti locali e di stagione, i loro valori nutrizionali e le tecniche di cottura e conservazione;
 
• ridurre gli sprechi alimentari attraverso, ad esempio, un’attenta programmazione della lista della spesa, l’acquisto, se possibile, da produttori locali, l’utilizzo degli avanzi nella “cucina del recupero” e il consumo di porzioni moderate.  
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Fortunatamente permangono alcuni esempi virtuosi di comunità rimaste indenni a tali cambiamenti in cui è stata registrata un’aspettativa di vita in salute notevolmente più alta rispetto alla media mondiale, con un’elevata concentrazione di centenari. Si tratta di cinque aree geografiche denominate Blue Zones. L’analisi delle abitudini alimentari di queste comunità ha portato alla raccolta di alcune indicazioni dietetiche, sebbene esse non siano equiparabili a raccomandazioni basate sull’evidenza scientifica. Le carenze nutrizionali sono una delle principali preoccupazioni per la salute globale. In molte aree del mondo è complicato soddisfare il fabbisogno di nutrienti affidandosi solo ad alimenti disponibili localmente. La dieta mediterranea, riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO dal 2010, è caratterizzata da un modello nutrizionale sano, composto principalmente da olio extravergine di oliva, come fonte di grassi insaturi, legumi, verdure, cereali integrali, frutta fresca o secca, una quantità moderata di pesce, così come latticini, carne e vino rosso. La dieta mediterranea rappresenta, anche, un modello sostenibile di produzione e consumo alimentare, grazie all'uso di prodotti locali che possono aiutare a preservare la biodiversità e le risorse naturali, insieme alle colture o tradizioni locali. 
Tuttavia, adattare il modello della dieta mediterranea ai Paesi non mediterranei non è semplice. Infatti, la prestigiosa cattedra UNESCO di Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile dell'Università di Napoli sta portando avanti un progetto per valutare la possibilità di promuovere a livello mondiale un modello alimentare sano e sostenibile, basato sulle proprietà nutrizionali della dieta mediterranea, ma implementato a livello locale utilizzando i prodotti alimentari disponibili nelle diverse aree del mondo. La “Planeterranea” è il nome proposto per questo nuovo modello alimentare, che sarebbe coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 e con i principi dell’economia circolare. Molte persone che vivono nelle aree urbane hanno una dieta povera per qualità e varietà, in cui la maggior parte dell’apporto energetico proviene da cibi ad alto indice glicemico (es. riso bianco e patate), cibi ultra-processati ricchi di zucchero e grassi (es. cibi pronti, bevande zuccherate, dolci, patatine, caramelle, ecc.) Queste abitudini alimentari, sempre più frequenti anche nei Paesi mediterranei, sono una delle cause principali dell'epidemia mondiale di obesità (anche infantile), delle malattie metaboliche e cardiovascolari. D'altro canto, in ogni parte del mondo è possibile trovare specifici frutti, verdure, legumi, cereali integrali e fonti di grassi insaturi con contenuti nutrizionali e caratteristiche simili a quelli tipici della dieta mediterranea, che probabilmente hanno anche simili benefici per la salute delle popolazioni. In America Latina, l’avocado, la papaya, le banane verdi, e le bacche di andaçaí rappresentano buone fonti di acidi grassi monoinsaturi (MUFA), micronutrienti e polifenoli. Per alcuni cereali dell'Africa centrale, come tapioca/manioca e teff, si pensa che favoriscano la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), come avviene per i cereali integrali tipici della dieta mediterranea. Inoltre, la quinoa è ricca di proteine e fornisce aminoacidi essenziali, con un contenuto di grassi limitato. L'olio di canola canadese, così come le noci pecan, contengono acidi grassi monoinsaturi e fitosteroli, e hanno dimostrato di abbassare il colesterolo LDL. Anche prodotti subtropicali popolari come i fagioli pinto e l'okra, ricchi di fibre e proteine, sono associati a livelli ridotti di colesterolo LDL e a una minore incidenza della sindrome metabolica o di eventi cardiovascolari. I semi di sesamo e la soia, tradizionalmente usati in Asia, contengono composti bioattivi e sostanze antiossidanti in grado di ridurre l'ipertensione, lo stress ossidativo, la resistenza all'insulina e i marcatori infiammatori. Le macroalghe marine (cioè alghe e wakame) e la spirulina sono ampiamente consumate nei Paesi orientali e rappresentano una fonte importante di polisaccaridi complessi, minerali, proteine e vitamine, con proprietà anticancro, antivirali, antiossidanti, antidiabetiche e antinfiammatorie. La noce di macadamia australiana, la prugna di Davidson, la bacca di pepe, il finger lime, ricchi di flavonoidi, vitamine e minerali, presentano attività antiossidante e antinfiammatoria e sono già utilizzati come alimenti funzionali e nutraceutici. Su questa base, quindi, le verdure, la frutta, i cereali ed i grassi insaturi disponibili in diverse parti del mondo possono essere combinati per mettere a punto paradigmi nutrizionali locali, basati su prove scientifiche. Si punta, dunque, a definire diverse "piramidi nutrizionali", basate sugli alimenti disponibili localmente, che presentino le stesse proprietà nutrizionali e gli stessi benefici per la salute (insieme a processi produttivi rispettosi dell'ambiente) osservati per la Dieta Mediterranea.
 
La Dieta Mediterranea diventa “Planeterranea”: così, il modello alimentare mediterraneo sarà applicabile in tutto il mondo, a conferma del valore del Made in Italy nel mondo.
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a cura della Dott.ssa Marisa Cammarano, biologa nutrizionista

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