La Cucina Italiana

Patrimonio dell'Umanità

Il 10 dicembre scorso l’Unesco ha promosso la cucina italiana a “Patrimonio immateriale dell’Umanità”, il che non vuol dire che l’Unesco abbia affermato che la cucina italiana sia la migliore del mondo (anche perché ci sono altre cucine favolose, come ad esempio la cinese, la giapponese e la malese), ma sicuramente l’Italia è la prima ad avere presentato con grande determinazione la domanda per un meritato riconoscimento internazionale.
 
L’inserimento nell’elenco dei Patrimoni immateriali dell’Unesco certifica che la cucina italiana, nelle sue tante varianti regionali, è un patrimonio culturale di primaria importanza anche perché, attraverso i prodotti che impiega, racconta la lunga storia dei rapporti che l’Italia ha avuto, nel corso dei secoli, con realtà geografiche e produttive anche lontanissime.
Per fare qualche esempio, ricordiamo che i coloni greci arrivati nel Sud Italia tra il nono e l’ottavo secolo a.C. hanno portato il frumento, la vite e l’ulivo; che i Romani hanno importato, grazie alle guerre con il vicino Oriente, numerose piante da frutto, oltre alla tecnica panificatoria imparata dai greci; che gli Arabi, arrivati nel settimo-ottavo secolo d.C., oltre a importare dal lontano Oriente il riso, il pepe ed altre spezie ci han fatto conoscere la pasta secca.
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Le Repubbliche Marinare italiane - Venezia, Genova, Pisa e Amalfi - grazie alla loro attività mercantile hanno importato quanto di buono e di interessante trovavano nel mondo, come le spezie del lontano Oriente, lo stoccafisso della Norvegia e il baccalà che i Baschi importavano dalle isole del nordest del Canada.
Poi, il genovese Cristoforo Colombo e il fiorentino Amerigo Vespucci ci fecero conoscere i tanti prodotti alimentari del continente americano: fagioli, patate, peperoni, pomodori, oltre al mais, fondamentale per l’alimentazione non solo contadina.
 
Mi fermo qui ma anche successivamente sono stati scoperti e si continuano a scoprire nel mondo prodotti che arricchiscono la nostra alimentazione, come le banane e la frutta esotica, i cachi, i kiwi e quei tanti nuovi semi sudamericani che stanno diffondendosi un po’ ovunque in Italia.
La cucina italiana che conosciamo è, dunque, il risultato di una continua contaminazione con prodotti arrivati da altre parti, sapientemente incorporati nelle precedenti cucine regionali italiane, dando vita a quella cucina che ora è stata riconosciuta dall’Unesco come prezioso patrimonio dell’umanità da conservare, proteggere e ulteriormente sviluppare.
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Il nostro compito
L’importante riconoscimento ricevuto ci obbliga anche a qualche ulteriore riflessione. La cucina italiana, che possiede attualmente la maggior quantità di prodotti agroalimentari rispetto a tutte le altre cucine del mondo, deve essere consapevole della propria identità e del proprio valore storico, culturale, nutrizionale, nonché della sua capacità di raccontare attraverso i piatti la civiltà del nostro Paese.
Ci sono - è vero - in tutta la Penisola delle cucine estere; troviamo, infatti, cucine giapponesi, cinesi, indiane, pakistane, sudamericane che hanno tutte il diritto di esistere, come sempre è avvenuto nella storia. L’importante è sapere, però, che sono “altre cucine”, come certe cucine “alla francese” pur ottime, premiate da certe Guide ma che non sono cucina italiana.
 
Ora, orgogliosi del riconoscimento ottenuto, sappiamo che la cucina italiana e, conseguentemente, la ristorazione italiana, che comprende chiaramente anche la pizza, può essere un grande traino per sviluppare ulteriormente il turismo e l’attrazione degli stranieri verso il nostro Paese.
Dobbiamo far tesoro del riconoscimento Unesco anche perché aiuta a migliorare la realtà economica di tante località non solo delle aree turistiche di mare, di lago e di montagna ma anche di sperdute valli interne, di borghi dimenticati, di Paesi che sembrano fuori dal mondo.
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Ci sono già in Italia delle realtà simili, ristoranti molto attrattivi discosti dai grandi traffici, lontani dalle città per cui occorre percorrere molti chilometri per trovarli; eppure, i turisti e gli amanti della buona cucina ci vanno senza problemi.
Cito un solo ristorante, fra i tanti, che possono essere presi ad esempio per rivitalizzare ovunque l’eccellente cucina italiana: “Dal Pescatore” a Runate di Canneto sull’Oglio, della famiglia Santini.
 
Per fortuna, in Italia, abbiamo tanti bravi Maestri di cucina in ogni regione, persone che spesso hanno compiuto importanti esperienze all’estero, soprattutto per apprendere nuove tecniche in cucina al fine di valorizzare al meglio i prodotti impiegati. Generalmente, questi cuochi basano la propria cucina sui prodotti tradizionali del territorio; quindi, ad esempio, in Emilia-Romagna ed altre aree, l’impiego in cucina delle paste ripiene; altrove, il pesce del mare o del lago; ovunque, in terraferma, la carne degli animali da cortile allevati liberi nell’aia; in zone montane, la carne ovina, caprina o la selvaggina; quindi, la cucina italiana si lega sempre ai prodotti del territorio.
 
Questo, per brevi accenni, il riconoscimento Unesco, come cucina del territorio, delle stagioni e dei piatti più tradizionali. Il nostro “Patrimonio” ci ricorda che la nostra ristorazione può ottenere maggiori apprezzamenti dai buongustai - oltre che dal turismo internazionale - se sa mostrare appieno la propria italianità, che è anche, come abbiamo visto, la contaminazione arricchente realizzata nel corso del tempo, senza però mai diventare cucina “altra”.
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di Giampiero Rorato

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