Galeotto fu(d)

L’intelligenza del caso

“É stato un caso”.
Francamente, era l’ultima risposta che ci si sarebbe aspettati da Stefano Callegari, chiedendogli come sia nato il Trapizzino.
Come se inventare una delle trovate gastronomiche più intelligenti degli ultimi vent’anni fosse la cosa più naturale del mondo.
Eppure, lui la racconta così: con la naturalezza di chi voleva semplicemente aprire la sua seconda pizzeria, visto che la prima, dove faceva una classica pizza tonda, aveva ottenuto calorosi riscontri.
 
Per la nuova apertura, meditava di cambiare un po’ la formula, prediligendo una base in teglia da condire con le più amate e riconosciute ricette della cucina romana; servita al taglio, affinché il servizio diventasse ancora più veloce e si potesse mangiare anche camminando.
C’era solo un grande limite nel suo progetto: la scomodità. Immaginava, infatti, il condimento scappare da tutte le parti, a ogni morso, trasformando quel pasto in un balletto piuttosto coreografico, fatto di mosse fantasiose e tentativi creativi, perché il boccone non perdesse nemmeno un grammo del piacere che era in grado di suscitare.
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Il primo passaggio fu, dunque, quello di trasformare il topping, ovvero quello che sta sopra la pizza, in una farcia. Ma si rese conto presto che servivano argini più solidi e accoglienti per contenere tutta l’opulenza dei piatti "de’ Roma". Provò quindi a creare una tasca in un angolo di focaccia, per poi riempirlo con del pollo alla cacciatora. Funzionò subito, o quasi. L’unico limite era matematico: ogni teglia aveva solo quattro angoli, mentre ne sarebbero serviti molti di più.
 
Fu allora che arrivò l’intuizione decisiva: creare delle basi quadrate più piccole, affinché ciascuna, tagliata diagonalmente, diventasse un triangolo da aprire, farcire e mangiare comodamente, volendo anche camminando. A quel punto iniziarono le vere prove di resistenza.
Trippa, coda alla vaccinara, polpette, spezzatini: tutto ciò che era succulento, colante, potenzialmente ingestibile venne usato come test. E il Trapizzino, uno dopo l’altro, li superò tutti, gagliardamente.
Rivelando un’ulteriore qualità: quella di essere auto-scarpettante, ovvero in grado di raccogliere tutti, proprio tutti gli umori dei sughi con cui veniva condito.
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Contribuirono, negli anni, a sancirne il successo una serie di altre accortezze, determinanti come solo i dettagli ben pensati riescono a essere: il supporto da tavolo, studiato per evitare che il ripieno si rovesciasse; il packaging da asporto, pensato per resistere a frenate, dossi e tragitti impervi; fritti romani a fare da contrappunto; la possibilità di adattare le farciture alle stagioni e ai territori.
 
Trapizzino trasmette anche la giusta dose di piacioneria romana, quella bonaria trasversalità capace di rassicurare tanto i palati più “pop” quanto quelli più raffinati, senza trascurare due elementi non trascurabili né così frequenti: le materie prime selezionate con cura e trasformate con una tecnica attenta e identitaria, tale da non risultare mai fredda o impersonale; e, infine, un invidiabile rapporto qualità/prezzo che lo rende non solo accessibile a un pubblico vasto ma anche la migliore risposta possibile a buona parte degli street food sul mercato.
Persino il nome, così preciso da sembrare inevitabile, secondo Callegari sarebbe nato per caso. Ora non ci resta che decidere a chi dare il merito di questa invenzione: se davvero all’intelligenza del Caso, che ha trovato l’idea giusta da affidare all’uomo giusto (al momento giusto e nel posto giusto), oppure alla volontà di un pizzaiolo di aver saputo trasformare la soluzione a un problema scomodo in un’idea nuova di ristorazione.
 
Fate caso ai casi, in cui le scoperte più geniali sono proprio quelle che, una volta avvenute, ci appaiono così semplici da sembrare quasi scontate.
In realtà nascono quasi sempre nello stesso modo: quando qualcuno, notando un problema, invece di limitarsi ad accettarlo, decide di trovare un modo per risolverlo.
 
 
Galeotto fu(d) vuol essere una piccola opera corale, dove il cibo non è solo ciò che cuciniamo, ma ciò che ci capita mentre lo cuciniamo. È sorprendente quante storie inizino da un ingrediente sbagliato o da un impasto che sfugge alle regole della scienza, davanti ai fornelli o intorno a una tavola: a volte bastano pochi grammi o attimi per cambiare (o complicare) il finale di una storia o della Storia. Ogni mese ne sceglieremo una, in linea con il tema del mese. Se pensi che la tua meriti di uscire dalla cucina ed entrare su questa rubrica, puoi scriverla a amarlena.buscemi@gmail.com
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by Anna Marlena Buscemi

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