A tal proposito, l’Osservatorio “Blockchain & Distributed Ledger” del Politecnico di Milano ha censito un ecosistema in cui il 21% delle piattaforme blockchain italiane opera nel settore agroalimentare. Il modello di interazione con il consumatore che emerge dai casi più riusciti segue uno schema preciso. Il primo livello è l’accesso: un QR code sulla confezione, chiaramente individuabile e leggibile con semplicità da qualsiasi smartphone senza installare app dedicate rappresenta l’unica base tecnologica accettabile dalla clientela che cerca informazioni. Il secondo livello è la narrazione: non dati grezzi ma una storia della filiera organizzata per tappe visive, dal campo alla lavorazione al confezionamento. Il terzo livello è la verifica: i dati sono registrati su un registro digitale distribuito (DLT), il che significa che né il produttore né un singolo attore della catena possono modificarli a posteriori. Il quarto livello, ancora poco sfruttato ma decisivo, è la sostenibilità: la blockchain può ospitare indicatori ESG (Environmental, Social, Governance), metriche di carbon footprint, certificazioni di terze parti.
EZ Lab, azienda veneta partner del progetto BI-REX (Centro di Competenza nazionale per l’Industria 4.0), ha sviluppato Agri-Food Track, una piattaforma modulare che integra standard come il SQNPI (Sistema Qualità Nazionale Produzione Integrata) e il GS1 Digital Link, consentendo di generare QR code compatibili con i codici GTIN già utilizzati nel retail. Tra i casi applicativi: l’Oleificio Pecci per l’extravergine blend 2022 e la cantina “Umberto Cesari” per il Resultum 2015 Sangiovese Rubicone IGT.
Sarebbe disonesto presentare la blockchain come soluzione priva di criticità.
Il primo problema è il garbage in, garbage out: la blockchain certifica che un dato è stato inserito in un certo momento e non è stato alterato, ma non può verificare che il dato sia vero all’origine. Se un produttore dichiara “basilico coltivato a Pra’” ma il basilico viene da altrove, la blockchain registrerà la scorrettezza come fosse verità. Servono sensori IoT, audit fisici, certificazioni di parte terza. La blockchain è l’ultimo miglio della fiducia, non il primo.
Il secondo problema è il costo. Lo studio dell’Università di Bari e la letteratura internazionale convergono: l’implementazione richiede investimenti iniziali significativi, che le microimprese non possono sostenere da sole. Il programma TrackIT dell’ICE, con il finanziamento pubblico dei primi 18 mesi, è una risposta concreta ma temporanea. Dopo lo scadere del periodo, l’azienda deve essere in grado di sostenere i costi autonomamente o trasferire il servizio ad altro provider.
Il terzo problema è culturale. Lo studio di Giannini, Iacobucci e Orci (Journal of Industrial and Business Economics, 2025) sull’adozione della blockchain nelle aziende agroalimentari italiane rileva che l’evidenza empirica sullo sviluppo e l’adozione effettiva resta scarsa. La tecnologia c’è, la normativa anche, ma la penetrazione nel tessuto imprenditoriale è ancora bassa.
Per chi produce alimenti, la blockchain non è un obbligo né una moda ma uno strumento per trasformare la propria filiera in un racconto che il consumatore può verificare con un semplice gesto. In un mercato dove l’Italian Sounding supera in valore l’export autentico, la capacità di dimostrare, non solo dichiarare, la propria autenticità diventa un vantaggio competitivo misurabile. Il basilico di Barilla tracciato dal campo al vasetto, l’olio di Coricelli con i certificati di analisi sulla blockchain, il Parmigiano con la sua ancora crittografica nella crosta: sono tutti modi diversi di dire la stessa cosa: l’autenticità non si dichiara, si dimostra.