Cibo autentico

Come raccontare il Made in Italy con la blockchain

C’è un momento, nella vita di un prodotto italiano, in cui questo smette di essere soltanto cibo e diventa promessa.
Promessa di un territorio, di mani che impastano, di un sole che scalda ed aiuta la crescita del grano in un campo. Non “un campo” qualsiasi, ma proprio quello perfettamente inserito nell’ambiente ideale, coltivato con amore e dedizione, emblema di precisione, scelte coraggiose, fatica che viene ripagata con un sorriso. Rappresentato da un marchio che diventa ambasciatore di un territorio, della promessa di trovare ciò che viene raccontato in etichetta. Purtroppo le promesse, nel commercio globale, da anni si possono falsificare. E si falsificano, con una regolarità che vale, secondo il Rapporto Italian Sounding 2024 di “The European House – Ambrosetti”, oltre 63 miliardi di euro l’anno: più dell’intero export agroalimentare autentico italiano, fermo a 62 miliardi nello stesso periodo.
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La blockchain entra in questa storia non come tecnologia salvifica ma come strumento di narrazione verificabile. Un registro distribuito e immutabile che trasforma ogni passaggio di filiera in un dato certificato, consultabile dal consumatore con la semplice scansione di un QR code. La tecnologia, già ampiamente disponibile da anni, è oramai abbastanza matura da non farci più domandare se il food italiano debba adottarla ma “come” farlo senza ridurla a operazione “cosmetica”.
Il legislatore ha già preso posizione con la Legge quadro sul Made in Italy (L. 206/2023) che dedica l’Articolo 47, intitolato “Blockchain per la tracciabilità delle filiere”, alla promozione delle tecnologie a registro distribuito (DLT) per certificare la supply chain dei prodotti italiani. Come osserva l’analisi dell’Università di Parma pubblicata su Food for Future, la norma “non riguarda solo l’agroalimentare, ma il legame con il settore food è evidente, sia per l’importanza speciale della tracciabilità in questo ambito, sia perché i lavori parlamentari rivelano un nesso chiaro con l’industria agroalimentare”.
 
Il braccio operativo è il progetto TrackIT blockchain, promosso dall’ex Agenzia ICE (oggi Agenzia per l’internazionalizzazione) e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Lanciato nel 2022 e aperto inizialmente a 300 PMI esportatrici dei settori agroalimentare e moda, il programma offre un servizio “chiavi in mano” interamente finanziato per 18 mesi: mappatura della filiera, implementazione della blockchain, creazione di landing page per il consumatore estero con QR code, assistenza tecnica continua. Le adesioni, prorogate fino al 31 agosto 2025, sono state estese anche ai settori cosmetica e arredo/design. Otto partner tecnologici sono stati selezionati per gestire l’implementazione, tra cui “Trusty”, che opera come fornitore ufficiale del progetto.
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L’obiettivo dichiarato è duplice: creare un canale di comunicazione Direct-to-Consumer (D2C) trasparente e contrastare l’Italian Sounding sui mercati esteri. Il “Rapporto Ambrosetti” identifica Giappone, Brasile, Germania, Regno Unito e Stati Uniti come i mercati più colpiti dall’imitazione, con ragù, Parmigiano Reggiano DOP, Aceto Balsamico di Modena IGP, pesto e pizza tra le categorie più taroccate.
 
Altro progetto che porta nel mondo una specialità italiana è quello di “Barilla” con il suo Pesto alla Genovese. Il caso più strutturato nel food italiano è probabilmente questo: Barilla, dal giugno 2023, ha introdotto un QR code sui vasetti di Pesto alla Genovese venduti in Italia, esteso a 14 mercati europei nel luglio 2024. Il progetto, realizzato con la piattaforma “Connecting Food” (blockchain Hyperledger Sawtooth) e consolidato con xFarm Technologies per la digitalizzazione agronomica, coinvolge 50 unità operative, 19 aziende agricole e 6 fornitori su 310 ettari di coltivazione. Il consumatore scansiona il QR, inserisce il numero di lotto e accede a una “carta d’identità del basilico”: luogo di coltivazione, data di raccolta, certificazione ISCC Plus, dati sullo stabilimento di Rubbiano (Parma), che è il più grande impianto europeo per la produzione di sughi. Barilla definisce la propria filiera del basilico “la prima al mondo tracciata interamente via blockchain”.
 
In Umbria, troviamo un’altra eccellenza con Pietro Coricelli, nota azienda olearia, che ha adottato i protocolli IBM “Food Trust” per tracciare la filiera dell’extravergine, partendo dal prodotto più venduto, il classico Coricelli, per poi estendersi al brand “Firmato dai coltivatori italiani”, nato da un accordo triennale con tre organizzazioni pugliesi per 2 milioni di chili di olio Made in Italy. Chiara Coricelli, CEO di terza generazione, ha voluto andare oltre la semplice tracciabilità obbligatoria per legge (l’origine dell’olio è già in etichetta): sulla blockchain vengono pubblicati anche i certificati di analisi dei laboratori interni ed esterni, rendendo visibili i parametri qualitativi che distinguono l’olio sul mercato. L’azienda ha prodotto 4 milioni di chili di olio tracciato via blockchain e ha sviluppato una propria piattaforma costruita su IBM “Transparent Supply”, con web services per l’integrazione con i gestionali aziendali e una web app consumer con QR code.
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Nel mondo dei surgelati, “Bofrost” è stata la prima azienda nel settore frozen food a certificare la filiera su blockchain, scegliendo la soluzione “EY OpsChain Traceability” basata su “Ethereum” per tracciare in via sperimentale le filiere di merluzzo e carciofi, registrando ogni passaggio dalla produzione alla consegna a domicilio.
Il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha adottato un approccio diverso ma complementare: un micro-transponder p-Chip, una “crypto anchor” integrata nella placca di caseina della forma, che crea un gemello digitale impossibile da duplicare. La tecnologia track-and-trace permette di differenziare il prodotto dai marchi simili e proteggersi in caso di richiami.
La domanda cruciale per qualsiasi imprenditore è se il consumatore riconosca un valore economico alla tracciabilità blockchain. La ricerca accademica, negli ultimi due anni, ha prodotto evidenze convergenti che meritano di essere lette.
Uno studio del Politecnico di Bari (Fiore et al., 2024) sul progetto TRACECOOP in Puglia ha misurato una disponibilità a pagare (Willingness To Pay) media di 0,98 euro in più per la presenza di un QR code blockchain sull’etichetta di cinque prodotti agroalimentari.
Più articolata l’analisi dell’Università di Bari Aldo Moro (Petrontino et al., 2024) sulla pasta: i consumatori italiani sono disposti a pagare 1,16 euro in più per 500 grammi di pasta con informazioni complete sulla sicurezza alimentare, 0,82 euro per dati sulla sostenibilità ambientale, e 0,62 euro specificamente per la presenza della tecnologia blockchain con QR code. I consumatori con una maggiore fiducia nei benefici della tracciabilità mostrano una preferenza più forte per la blockchain e per le informazioni ambientali e qualitative.
 
Uno studio dell’Università di Bologna (Bio-based and Applied Economics, 2025) ha applicato la Teoria del Comportamento Pianificato estesa alla pasta biologica tracciata via blockchain, confermando che la fiducia nelle certificazioni di qualità e l’atteggiamento positivo verso la tecnologia blockchain sono predittori significativi dell’intenzione d’acquisto.
Un’analisi sul formaggio Feta DOP in Grecia (Tran et al., Computers and Electronics in Agriculture, 2025) ha dimostrato che il “sistema blockchain” è economicamente sostenibile per i produttori quando il consumatore è disposto a riconoscere il premium, con impatti ambientali trascurabili rispetto alla produzione stessa.
Il punto critico, evidenziato da Bandinelli et al. (2023) e ripreso da Petrontino, è che il meccanismo deve essere comunicato correttamente: il consumatore deve capire come funziona la blockchain perché la percepisca come garanzia effettiva e non come trovata pubblicitaria o peggio mera leva di marketing. La tecnologia, da sola, non genera fiducia se non attraverso il racconto che la accompagna, meglio se autentico e coerente al 100% con la realtà.
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A tal proposito, l’Osservatorio “Blockchain & Distributed Ledger” del Politecnico di Milano ha censito un ecosistema in cui il 21% delle piattaforme blockchain italiane opera nel settore agroalimentare. Il modello di interazione con il consumatore che emerge dai casi più riusciti segue uno schema preciso. Il primo livello è l’accesso: un QR code sulla confezione, chiaramente individuabile e leggibile con semplicità da qualsiasi smartphone senza installare app dedicate rappresenta l’unica base tecnologica accettabile dalla clientela che cerca informazioni. Il secondo livello è la narrazione: non dati grezzi ma una storia della filiera organizzata per tappe visive, dal campo alla lavorazione al confezionamento. Il terzo livello è la verifica: i dati sono registrati su un registro digitale distribuito (DLT), il che significa che né il produttore né un singolo attore della catena possono modificarli a posteriori. Il quarto livello, ancora poco sfruttato ma decisivo, è la sostenibilità: la blockchain può ospitare indicatori ESG (Environmental, Social, Governance), metriche di carbon footprint, certificazioni di terze parti.
EZ Lab, azienda veneta partner del progetto BI-REX (Centro di Competenza nazionale per l’Industria 4.0), ha sviluppato Agri-Food Track, una piattaforma modulare che integra standard come il SQNPI (Sistema Qualità Nazionale Produzione Integrata) e il GS1 Digital Link, consentendo di generare QR code compatibili con i codici GTIN già utilizzati nel retail. Tra i casi applicativi: l’Oleificio Pecci per l’extravergine blend 2022 e la cantina “Umberto Cesari” per il Resultum 2015 Sangiovese Rubicone IGT.
 
Sarebbe disonesto presentare la blockchain come soluzione priva di criticità.
Il primo problema è il garbage in, garbage out: la blockchain certifica che un dato è stato inserito in un certo momento e non è stato alterato, ma non può verificare che il dato sia vero all’origine. Se un produttore dichiara “basilico coltivato a Pra’” ma il basilico viene da altrove, la blockchain registrerà la scorrettezza come fosse verità. Servono sensori IoT, audit fisici, certificazioni di parte terza. La blockchain è l’ultimo miglio della fiducia, non il primo.
Il secondo problema è il costo. Lo studio dell’Università di Bari e la letteratura internazionale convergono: l’implementazione richiede investimenti iniziali significativi, che le microimprese non possono sostenere da sole. Il programma TrackIT dell’ICE, con il finanziamento pubblico dei primi 18 mesi, è una risposta concreta ma temporanea. Dopo lo scadere del periodo, l’azienda deve essere in grado di sostenere i costi autonomamente o trasferire il servizio ad altro provider.
Il terzo problema è culturale. Lo studio di Giannini, Iacobucci e Orci (Journal of Industrial and Business Economics, 2025) sull’adozione della blockchain nelle aziende agroalimentari italiane rileva che l’evidenza empirica sullo sviluppo e l’adozione effettiva resta scarsa. La tecnologia c’è, la normativa anche, ma la penetrazione nel tessuto imprenditoriale è ancora bassa.
 
Per chi produce alimenti, la blockchain non è un obbligo né una moda ma uno strumento per trasformare la propria filiera in un racconto che il consumatore può verificare con un semplice gesto. In un mercato dove l’Italian Sounding supera in valore l’export autentico, la capacità di dimostrare, non solo dichiarare, la propria autenticità diventa un vantaggio competitivo misurabile. Il basilico di Barilla tracciato dal campo al vasetto, l’olio di Coricelli con i certificati di analisi sulla blockchain, il Parmigiano con la sua ancora crittografica nella crosta: sono tutti modi diversi di dire la stessa cosa: l’autenticità non si dichiara, si dimostra.
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di Domenico Maria Jacobone

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